Sgaravatti Trend

Canale di Tenno, una vita semplice

Se vuoi godere della bellezza di un fiore, devi mettere le mani nella terra, piantare una pianta e curarla ogni giorno per farla crescere.

Per vincere la decadenza c’è bisogno di sogni, di tanto lavoro e di visione del futuro.

Un borgo che è risorto grazie all’amore, alla passione, alla solidarietà e al lavoro di persone che hanno creduto in un sogno comune.

Questo vorrei raccontarvi.

Dopo ben più di 40 anni, vorrei riscoprire i bei momenti trascorsi a Canale di Tenno, provando a farvi rivivere emozioni lontane.

Avevo 15 anni quando venni a sapere dell’esistenza di questo incantevole posto, che però, allora, proprio incantevole non era. Purtroppo, come spesso avviene, il borgo era stato abbandonato da molti dei suoi abitanti, partiti alla ricerca di mete più comode e di migliori possibilità di lavoro. Tutto era fatiscente e diroccato.

All’epoca, mio padre venne invitato da alcuni artisti a visitare Canale. Se ne innamorò al punto da convincere anche mia madre, che all’inizio non era stata proprio rapita dalla decadenza che si respirava tra quelle viuzze. Comunque, decisero di acquistare una casetta nella piazzetta centrale, scelta che si rivelò poco felice in quanto l’abitazione era terribilmente buia. In seguito, approdarono a quella che ancora oggi porta una targa con la scritta “Casa Sgaravatti”, in una splendida posizione baciata dal sole.

Essere coinvolto in tutte le attività di ricostruzione, vivere l’affiatamento che c’era fra tutti gli artisti sognatori che si sono impegnati in quel periodo, mi ha sicuramente insegnato molto.

In quegli anni, in cui non ero certo un provetto bricoleur, imparai a fare da assistente a falegnami e saldatori provetti, a scultori e pittori che producevano vere e proprie opere d’arte grazie alla loro abilità. Da giovane assistente, direi manovalanza pura, compresi che da un semplice pezzo di legno o di ferro, dalla creta, dalle tele, con la maestria degli artisti che vivevano a Canale, si potevano creare tanti oggetti diversi.

Questo mi ha sicuramente aiutato anche nel lavoro che faccio ora.

Un nuovo Rinascimento per il nostro Paese

Oggi in Italia si sente spesso parlare di nuovo Rinascimento, ma dovremmo avere più scuola artigiana e artistica.

Le botteghe in cui si insegnava l’arte della trasformazione sono sparite da tempo. Il Rinascimento ne era invece pieno e le opere che ancora ammiriamo provengono proprio da quei laboratori di artisti e architetti.

In quei luoghi si imparava facendo, si apprendeva l’arte da chi era capace ed esperto nel trasformare la materia.

Avremmo tanto bisogno che artigiani e artisti trasferissero il loro sapere alle nuove generazioni. Purtroppo, invece, quel modo di imparare sta venendo meno.

A volte penso che stiamo perdendo quel grandissimo patrimonio. Sarebbe invece importante, se non addirittura necessario, ritrovare la creatività che è base storica del nostro Paese.

Ed eccomi qui a raccontare alcune storie che io e il mio compagno di classe Luca abbiamo raccolto nel 1979, attraverso le interviste e le foto fatte agli anziani del paese.

Perdonatemi, non sono uno storico, posso solo riportarvi quanto personalmente ricordo, per farvi rivivere la realtà di quegli anni.

Un breve viaggio nella mia gioventù, con alcuni dei personaggi che hanno segnato la mia storia.

Marcello e la scritta “W il 49”

Mi sono sempre domandato cosa potesse essere successo di tanto importante nel 1949.

Non credo che la scritta su quel portone alludesse alla nascita della NATO o alla firma del Patto Atlantico, a cui aderì anche l’Italia, e neppure ai primi trattati costituenti dell’Unione Europea.

Credo invece che la scritta si riferisse più probabilmente a Fausto Coppi, che in quell’anno vinse il giro d’Italia.

Fu un’impresa apprezzata da tutti, frutto di sacrificio, di duri allenamenti e di fatiche improbe nelle salite in montagna, soprattutto se pensiamo che le biciclette di allora erano molto diverse da quelle di oggi.

Ed ecco quindi Marcello Marocchi seduto davanti al portone che consacra le fatiche di Fausto Coppi.

Un ciclista, diventato un mito per gli Italiani, è forse in qualche modo paragonabile a Marcello?

Guardate le foto, le fatiche sono visibili nel volto, nella schiena e nelle mani.

Marcello non andava in bicicletta, ma conosceva bene la fatica nel coltivare, nel curare la terra dei terrazzamenti che ritroviamo al limitare di questo meraviglioso borgo, nel raccogliere i frutti che il bosco regala in autunno.

E anche se non particolarmente produttiva, questa è una terra che negli anni gli abitanti di Canale hanno difeso strenuamente, chiusi e diffidenti anche verso coloro che apprezzavano il borgo e che gli hanno ridato vita, rimettendo in sesto le case abbandonate.

Li vedevano come forestieri i folli artisti, sognatori che nel ventennio tra il 1970 e il 1990, tristemente definito come il periodo degli “anni di piombo”, hanno cercato pace e hanno lavorato insieme per restaurare le case di Canale e di Ville del Monte.

In 42 anni è cambiato il mondo: io ho i capelli bianchi, mentre internet e la globalizzazione hanno rivoluzionato il modo di comunicare e di lavorare. Il borgo, oggi riconosciuto tra i più belli d’Italia, ha cambiato volto ed è splendido vederlo vivo e visitato.

Marcello Marocchi, però, vive ancora in questa sequenza di foto.

Chissà cosa direbbe della globalizzazione, lui che durante la seconda guerra mondiale aveva provato per ben tre volte a scacciare i Tedeschi dalla centrale idroelettrica di Riva del Garda, piazzandoci delle bombe e rischiando la propria vita.

Anche la globalizzazione ha i suoi lati positivi e negativi, e anche i nostri non sono anni facili.

Per me, oggi, perdere il piacere di un abbraccio, di una stretta di mano, di un bacio di saluto pesa tremendamente. Ancor di più pesa vedere che stiamo perdendo l’amore per lo studio, per l’arte, per la conoscenza in generale.

Mi addolora vedere la filosofia sostituita dall’economia. A volte vorrei tornare a Canale a respirare il lavoro, la creatività, il rispetto delle persone e delle diverse opinioni, cose che spesso mancano in questo mondo globalizzato in cui si mantengono ed aumentano le disparità.

Vitalina

Alle porte di Canale, in una casetta qui davanti alla Casa degli Artisti, spesso impegnata a lavorare su una piccola sedia, viveva la piccola Vitalina.

Una donna minuta, certo, ma con un cuore grande e ricco di attenzioni anche verso noi giovani che andavamo a trovarla.

La sua casa era piena di ricordi, i racconti del suo quotidiano animavano le nostre conversazioni.

Era una persona riservata ma sempre ospitale, con i suoi caffè e il prugnino, che lei non beveva ma che ci offriva sempre quando la andavamo a trovare.

Per la cronaca, anche noi non lo abbiamo mai bevuto, c’era un certo fattore di rischio! Onestamente, non sapevamo da quanto tempo fermentasse in quella bottiglia sopra la mensola…ci ricordava la “Luisona”, la vetusta pasta mitica nel libro di Stefano Benni “Bar sport”.

Ricordo che, in vista del periodo di “clausura” prima degli esami di maturità, ci diede la possibilità di mettere a dimora delle piccole piantine da orto nel terreno adiacente alla sua casa.

Piantammo insalata e altro, ma è delle carote che vorrei parlarvi. Con le loro verdi foglie a ciuffo, erano davvero belle e noi, fieri e orgogliosi del nostro piccolo orto, le guardavamo crescere pregustandone il sapore.

Ma quando arrivò il momento della raccolta, scoprimmo che le carote, forti e rigogliose sopra il terreno, non avevano sviluppato per nulla l’apparato radicale: l’intero raccolto avrebbe potuto soddisfare l’aperitivo di un infante lillipuziano in rigida dieta!

Una vera delusione per noi orticoltori in erba…ancora oggi mi chiedo se sia stata colpa nostra, che non avevamo vangato con sufficiente energia, o se sia stato merito del terreno molto fertile, che anche con poche radici era riuscito a far crescere piante rigogliose.

L’insalata dell’orto di Vitalina e le uova delle sue galline erano invece sempre ottime. Erano il mio cibo quotidiano, mentre preparavo gli esami di maturità a Canale, ospite della Casa degli Artisti, assieme a Luca, Chiara e Paolo.

Alla fine, fummo tutti promossi. Per fortuna non c’era l’esame in orticoltura, altrimenti avremmo dovuto ripeterlo chissà quante volte!

Abramo

In quegli anni, abbiamo intervistato e raccolto le testimonianze anche di altri personaggi del borgo, come Abramo, che a quel tempo era il più anziano del paese, nato nel febbraio del 1898.

Purtroppo, queste interviste sono del tutto chiare. Disponevamo solo di un semplice registratore a cassette…probabilmente i giovani di oggi non sanno neanche di cosa si tratti!

In ogni caso, Luca le ha trascritte e abbiamo deciso di riportarle come ci sono arrivate, senza alcuna correzione.

Quello che emerge dalle interviste è che il paese, nel passato, era solidale tra vicini; erano molti i momenti in cui stava bene insieme, a lavorare, mangiare, ballare e divertirsi.

L’arricchimento culturale avveniva spesso tramite l’antica tradizione del filò, che esisteva anche a Canale.

Un piccolo spaccato di un mondo dimenticato, fatto di piccoli gesti di quotidiano amore per il prossimo.

Una vita semplice, umile e vera, che oggi a me manca.  

Antonio Sgaravatti

Per saperne di più sulla mostra fotografica “Oltre il tempo” di Canale di Tenno, leggi il precedente articolo su questo sitol’articolo sul blog di KalaMitica.